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2. Hannah Arendt e la banalità del male (1963)

La seconda lezione (di quattro) sulla teoria della politica di Hannah Arendt è incentrata sull’opera “La banalità del male ” il cui sottotitolo è “Eichmann a Gerusalemme” L'opera è stata pubblicata nel 1963.

Quest’opera nasce dall’esperienza di Hannah Arendt come intellettuale e osservatrice del processo ad Adolf Eichmann da parte dello stato ebraico.

Il libro è stato pubblicato nel 1963 e raccoglie gli articoli che Hannah Arendt scrisse per il “Newyorker” di cui era inviata e altre rielaborazioni e riflessioni di natura politica.

Dunque un libro che nasce sul campo, in un tribunale, dall’osservazione, dall’acume, dalla penna brillante della Arendt, che osserva il processo del secolo, il processo al carnefice.

Colui che aveva contribuito in maniera decisiva ad organizzare la soluzione finale ossia la deportazione di migliaia di ebrei nei campi di concentramento è sul banco degli imputati è chiamato dalla sua vittima di un tempo: cioè il popolo ebraico nella fattispecie rappresentato dallo stato di Israele.

E dunque la vittima diventa giudice, il carnefice diventa imputato e al banco degli imputati si presenta Eichmann, colui che era presente a Wannsee quando i gerarchi nazisti (tra cui vi erano anche Hitler, Gobbels e Goering) decisero la soluzione finale della questione ebraica ovvero lo sterminio totale degli ebrei prima d’Europa e poi successivamente del mondo.

Eichmann, come responsabile della Shoah era riuscito a fuggire, alla fine del conflitto, nell’ambito dell’operazione “Odessa”, che permise ad alcuni gerarchi ed ufficiali nazisti di scappare. Eichmann era riuscito cosi a fuggire dall’Europa e a rifugiarsi in America Latina, in Argentina.

Eichimann, con Mengele, fu uno dei due principali gerarchi nazisti a sfuggire al processo di Norimberga. Ma se la sorte, la fortuna e le responsabilità internazionali hanno permesso a Mengele di sopravvivere e di morire di morte naturale a metà degli anni’70 in Brasile dove visse con i soldi che aveva accumulati grazie alla sua attività di medico nonché di gerarca nazista grazie ai beni e agli averi sottratti agli Ebrei.vittime.

Non così fortunato fu Eichmann che venne rapito dai servizi segreti Israeliani , in Argentina. Rapimento che si rese necessario in quanto l’Argentina non concedeva l’estradizione. I servizi segreti israeliani con un biltz ed un volo notturno riuscì a sequestrarlo portandolo a Gerusalemme dove venne processato costringendolo a difendersi dall’accusa di genocidio.

L’opera parte da una considerazione molto amara, Hannah Arendt sulle pagine del Newyorker scrive che questo processo rovescia il tema del male radicale come erano state presentate shoah e totalitarismo da lei stessa nell’opera “Le origini del totalitarismo”.

Il nazismo è stato da lei presentato come un male radicale mutando questa espressione dall’opera kantiana della "Critica della ragion pratica". Il male radicale che accompagna le possibilità dell’uomo Auschwitz, Mathausen come male radicale . L’esperienza politica del nazismo come morte della stessa e come trionfo di Tanatos e della morte, della violenza e del male assoluto.

Il paradigma del male radicale viene rimesso in discussione da Hannah Arendt proprio nella “Banalità del male” perché al male di Auschwitz si affianca il male banale e quindi la banalità del male di sterminio.

La Arendt nota che Eichmann si presenta al banco degli imputati con un tono dimesso, quasi da piccolo impiegato, da burocrate.

Tutti si aspettavano un personaggio come il protagonista dei demoni di Dostoevskij, invece ci si trova di fronte un burocrate, un travet della morte il quale ha scelto di difendersi sostenendo la sua obbedienza agli ordini superiori.

Eichmann, nonostante fosse il responsabile della macchina organizzativa del nazismo per quanto concerneva la deportazione e lo sterminio degli ebrei e uno dei massimi gerarchi del nazismo, si difese sostenendo di aver obbedito agli ordini e la sua colpa fu solo di essere troppo zelante. Si presenta quindi come uno scrupoloso impiegato, un padre di famiglia che aveva fatto tutta la carriera all’interno della burocrazia prima nella Germania di Weimar e poi nella Germania nazista del Terzo Raich sempre e solo obbedendo.

Per compiere un male così radicale è quindi bastato un semplice uomo che si è difeso dicendo di aver obbedito in maniera zelante e scrupolosa agli ordini? Emerge quindi il tema della macchina del potere politico, della macchina della burocrazia, della macchina che vive, sopravvive, si amplia domina e diventa egemone attraverso l’obbedienza cieca e silenziosa di migliaia e milioni di uomini, burocrati ed impiegati.

Eichmann non si mise di traverso, non oppose una coscienza, non si mise mai nei panni degli altri, si mise semplicemente al servizio di un potere politico, di un potere violento, di un potere di morte e dunque la sua difesa dimostra quanto sia pericoloso il male banale, quasi più pericoloso del male radicale perché, quest’ultimo può essere tipico di una persona malvagia, violenta, incline alla malvagità, un pazzo, un megalomane, un uomo che decide di essere cattivo.

Il male radicale richiede alla fine una scelta o un coinvolgimento molto forte, richiede un’adesione consapevole, un’adesione di slancio, in prima persona fatta di convincimento e di trasporto. Il male banale, invece, richiede semplicemente l’obbedienza, ciò a cui gli uomini sono particolarmente predisposti come ci aveva detto secoli prima Etienne de la Boissie nell’opera “discorso sulla servitù volontaria” e dunque se il popolo è già di per sé propenso all’obbedienza, ecco che all’interno di una macchina mortale come era appunto il terzo rerich gli uomini come Eichmann sono pericolosissimi. Il male banale è pericolosissimo, è un male che si cela tra di noi, nelle persone comuni e coinvolge tutti.

Hitler non assolve il male banale, ed anzi lo può rendere molto più pericoloso perché è questa tipologia di male che da la forza ai grandi dittatori, alla criminalità organizzata, ai generali per dare ordini di uccidere o di bombardare o all’imprenditore che decide di sfruttare e di umiliare.

Hannah Arendt ci dice che chiunque rifiuti di pensare, di giudicare, di abdicare la propria ragione e di violare le leggi della morale può compiere il male banale, se noi non usiamo una mente ci trasformiamo in ingranaggi manipolabili.

Hannah Arendt dirà che in politica serve il coraggio, il coraggio di opporsi ad una politica senza morale, il coraggio di opporsi ad una politica di violenza e di morte.

Il processo ad Eichmann ci dimostra che non ci può essere una politica amorale, le camere a gas, la deportazione, i campi di sterminio, le fucilazioni sono l’elemento tipico di un’obbedienza cieca, bisogna rifiutarsi di essere ingranaggi nelle mani del potere, è una disobbedienza che stimola le disobbedienze alle violenze del potere.

Hannah Arendt in questo capolavoro dirà che bisogna anteporre la riflessione coscienziale e morale alle azioni, bisogna valutare le azioni in ambito politico e sottoporle al vaglio di una ragione critica, bisogna sottoporle allo slancio di una ragione critica ed intelligente, non ci si può ridurre a robot, a servi, a pupazzi, a soldati, il principale anditodo alla tirannide è la cittadinanza attiva.

Lo stato con la sua burocrazia può diventare uno stato tirannico, perché le persone all’interno di uno stato forte tendono ad obbedire. E più uno stato è forte dal punto di vista autoritario e più può portare ad un obbedienza cieca e passiva. Lo stato invece autenticamente forte, democratico, in cui i cittadini svolgono una funzione intelligente e critica valutando, di volta in volta il peso del governo e delle sue azioni consente al cittadino di opporre una ragione critica a leggi come quelle raziali, come quelle di Norimberga, non si può obbedire ciecamente a delle leggi che sono contro ai diritti umani, contro la dignità dell’uomo, contro la morale.

Bisogna pertanto mettere davanti all’azione politica la responsabilità individuale e collettiva, siamo le scelte che facciamo e le responsabilità che decidiamo di assumerci.

Le conclusioni di Hannah Arendt sono che la difesa sostenuta da Eichmann tende a depotenziare le scelte individuali scaricando tutto su un meccanismo di obbedienza allo stato e alla burocrazia e ci ricorda come questo male è dentro a ognuno di noi che però può lottare contro di esso. Non dobbiamo piegarci alla deresponsabilizzazione dell'agire politico e chi governa deve avere ancora più responsabilità, non può non obbedire alla propria coscienza o essere immorale. I consigli ebrei che nacquero nei paesi occupati come Ungheria e Cecoslovacchia, avrebbero dovuto opporsi alla deportazione cosa che invece non fecero per paura, per obbedienza. Anche in questo caso specifico serviva una coscienza cristallina di opposizione ad una forma di politica di morte e di violenza come il nazismo e fascismo. Il primo voleva conquistare l'Europa trasformando i popoli in schiavi, eliminare alcune razze dal pianeta terra e trasformare le altre al servizio del progetto del Terzo Reich con l'uso di violenza, strumenti di morte e di violenza inaccettabili in una civiltà umana con una dignità. Collaborare, anche se messi alle strette, con quella forma politica fu un vero errore. Per questa sua critica ad Adolf Eichmann Hannah Arendt venne accusata di mancanza di rispetto nei confronti dello stato d'Istraele. Hannah Arendt una mente autonoma, indipendente e cristallina, soltanto le persone intelligenti cambiano idea.










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