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3. La vita activa di Hannah Arendt

L’opera di Hannah Arendt “Vita activa” del 1958 (The human condition) è l’opera in cui Hannah Arendt presenta la propria teoria politica (è il suo capolavoro politico), ed è dunque l’opera in cui emerge la visione politica e la filosofia politica di Hannah Arendt.

Hannah Arendt in quest’opera vuole analizzare le condizioni dell’esistenza umana, l’opera “Vita Activa” dunque non si occupa della natura umana, non è un trattato sulla natura umana, un trattato che poteva appartenere appunto a Hobbes, a Locke, a Hume o a Rousseau.

Bensì è un trattato che vuole analizzare, è un’opera che vuole analizzare la condizione dell’esistenza umana, anzi al plurale, le condizioni dell’esistenza umana.

Le condizioni sono fondamentalmente le seguenti: la vita ( una delle condizioni umana è appunto la vita), la seconda è la nascita (cioè la capacità di poter generare e di poter dare inizio a qualcosa di nuovo), la terza è la mortalità, la quarta è la pluralità (non l’uomo ma la pluralità, perché l’uomo singolo, l’uomo solo non esiste ma l’uomo è sempre immerso nel mondo con altri uomini. Dunque la pluralità è un concetto fondamentale nella teoria politica di Hannah Arendt), la quinta è la mondanità (gli uomini vivono in un mondo, vivono in una condizione di mondanità, in un mondo fatto di oggetti fabbricati, di oggetti prodotti e di oggetti costruiti) e la sesta ed ultima è la terra (la terra a cui la vita degli esseri umani è costantemente connessa e collegata, dunque un vero e proprio rapporto di simbiosi tra l’uomo e la terra, una vera e propria dipenza dell’uomo dalla terra, quindi una di mensione più che mai ecologica).

Hannah Arendt si vuole a questo punto concentrare sulla vita activa, perché l’uomo può condurre due tipologie di vite: la vita contemplativa e la vita activa.

La vita contemplativa nella, storia della filosofia sia orientale che occidentale a volte ha offuscato la vita activa, una sorta di primato della vita contemplativa

La vita contemplativa, rispetto alla vita activa, ha caratterizzato anche la storia dell’umanità, o anche solo un primato celebrato ed esaltato dalle varie discipline contemplative.

Ebbene non è la vita contemplativa, non è solo la vita di speculazione, di ragionamento, non è solo la vita del pensiero e della contemplazione da analizzare, non è questa la vita che vuole analizzare Hannah Arendt nella sua opera vita activa. Bensì la vita che vuole analizzare Hannah Arendt, la vita che vuole studiare, che vuole sviscerare è appunto la vita activa, la vita dell’agire: bisogna pensare a ciò che facciamo.

Bisogna pensare a ciò che facciamo, è indispensabile tornare a speculare, dunque a ragionare, non sulla vita di ragionamento ma sulla vita dell’azione e dell’agire, quindi l’opera “Vita activa” analizzerà le condizioni umane dell’uomo però da un punto di vista ben particolare, dal punto di vista della vita activa della vita dell’agire.

Secondo Hannah Arendt vi sono tre dimensioni della vita activa, Hannah Arendt distingue all’interno della vita activa tre dimensioni: la dimensione del lavoro, la dimensione dell’opera e la dimensione dell’agire politico. Sono queste tre le dimensioni della vita activa umana, che caratterizzano dunque la condizione dell’esistenza umana.

Partiamo dalla dimensione del lavoro: il lavoro è tipico dell’homo laborans dice Hannah Arent. L’homo laborans è l’uomo che è spinto a lavorare dalla necessità, è spinto al lavoro dunque da una necessità biologica, i bisogni della vita biologica ci portano ad avere una vita activa per procurarsi il cibo, per procurarsi il necessario per vivere: il cibo, l’acqua, ci portano a ricercarci un ciagiglio , un riparo per dormire per resistere alle intemperie, alle bestie feroci o appunto alle condizioni del mondo esterno.

Ma dunque l’homo laborans e l’uomo che lavora per necessità ed è un lavoro che non resta, dice Hannah Arendt, il lavoro che Marx aveva individuato come lavoro improduttivo (cioè il lavoro che viene portato avanti, che serve per la necessità biologica, per soddisfare i cosiddetti bisogni primari). E dunque il lavoro improduttivo non lascia nulla perché il cibo viene consumato, perché l’acqua viene bevuta, perché la casa serve appunto per ripararsi. E dunque i bisogni primari rispondono alla logica dell’homo laborans.

Dunque il lavoro è connesso, secondo Hannah Arendt, ad una necessità biologica.

Po vi è un’ altro uomo, è l’homo faber, l’homo faber è connesso, invece, all’opera alla seconda dimensione della vita activa, la seconda dimensione della vita activa è l’opera: e l’homo faber che opera, è l’uomo appunto che produce beni durevoli ed è l’uomo artigiano, ed è l’uomo artista ed è l’uomo mercante, commerciante ed è l’uomo appunto produttore.

Forgia, l’homo faber, la materia sulla base di un modello spesso preesistente: l’artista, ma anche l’artigiano, che poi lo farà per vendere o per non vendere, per accumularlo o per non accumularlo, per distribuirlo o meno ma l’artista, l’artigiano, colui che produce lo fa a partire da un modello che ha in testa, poi può essere il mercante che può produrre, o invitare a produrre per poi ricavare un profitto, non importa, quella è una dimensione poi storica ben particolare ma l’opera ha a che fare con una produzione reale, non con una modificazione, una trasformazione della materia a fini tendenzialmente di media se non di lunga durata. Dunque l’opera forgia la materia per una prospettiva di medio/lungo periodo, per una prospettiva durevole. Homo laborans, è l’uomo della dimensione del lavoro, del lavoro legato ad una dimensione necessitante (di necessità biologica), poi vi è l’homo faber che è collegato alla seconda dimensione della vita activa cioè alla dimensione appunto dell’opera ed è l’uomo appunto che produce, opera, che plasma la materia in modo appunto durevole.

Ma poi c’è la terza dimensione, la terza sfera della vita activa, e questa terza sfera è appunto la sfera dell’agire politico, è la sfera dell’azione politica.

L’agire politico finalizzato alla libertà, è l’azione politica per Hannah Arendt è il luogo della libertà, partirà dal mondo greco per dire che la politica è il luogo della libertà.

Dunque la politica non è un luogo di incombenze, di necessità, non c’è qualcosa di necessario.

La politica è un luogo dell’agire libero, dell’osservazione, è luogo sicuramente di calcolo, è luogo di analisi ma è sicuramente un luogo di pluralità dove non esiste l’uomo singolo ma esistono gli uomini nella terra, uomini mortali che vivono, che possono dare la vita, che sono collegati ad una dimensione del mondo, ad una dimensione terrena. Questo spazio di politica, questo spazio profondamente politico, è uno spazio di libertà ed Hannah Arendt vuole più che mai salvaguardare il primato dell’azione politica, vuole salvare il primato della sfera politica come sfera di libertà, di realizzazione delle libertà individuali ovviamente in armonia con le libertà collettive perché l’uomo solo non esiste.

Più uomini concorrono all’agire politico, con ruoli diversi, ma nello spazio ( nell’agorà) della politica tutti gli uomini entrano dentro, non c’è nessuno che è escluso, anche colui che non entra nella zona della politica, anche colui che pensa di non far parte dell’agire politico è dentro all’agire politico e gli uomini si rapportano come cittadini liberi, nell’agire politico, si comportano come ed agiscono come persone dotate di libertà.

Gli uomini cercano di salvaguardare la propria libertà in relazione con la libertà degli altri. Dunque il grande spazio, il grande luogo delle libertà che si incontrano e che spesso si scontrano ci aveva detto con forza Hegel che poi polemizzerà con Hannah Arendt prendendone le distanze.

Dove nasce la crisi della politica del novecento? La crisi della politica del novecentesca che Hannah Arendt denuncia a partire delle analisi che aveva fatto anche con il suo primo marito sull’analisi delle relazioni politiche, delle relazioni umane della propensione poi dell’uomo moderno all’obbedienza o alla cittadinanza passiva. La crisi della politica, dice Hannah Arendt, esplode quando i tre ambiti della vita activa si sono in parte mescolati, ci sono tre sfere, ma queste tre sfere si sono mescolate dando vita a delle conseguenze dirompenti: perché quando l’homo laborans, appunto nelle rivoluzioni industriali, con la crisi del movimento operaio, del capitalismo padronale. Quando l’homo laborans è entrato prepotentemente nella sfera della politica ha creato chiaramente un cortocircuito. L'homo laborans ha assunto una dimensione centrale all’interno della politica con dinamiche di lotta, di sfruttamento, e l’homo faber, a sua volta, l’uomo artigiano, ha cominciato ad intervenire anch’esso nella sfera politica riducendo di fatto lo spazio della politica stessa ad uno spazio di calcolo costi/benefici ad uno spazio di calcolo mezzi in vista dei fini e la politica è stata travolta, l’homo faber e l’homo laborans entrando pesantemente dentro la sfera della politica, dentro la sfera dell’agire politico hanno stravolto il senso stesso della politica, il senso stesso della politica perché la politica non è riducibile all’operare scegliendo i mezzi in vista dei fini, non è riducibile ai costi/benefici. Perché se noi riduciamo la politica a mezzi in vista dei fini noi arriviamo alle esperienze dittatoriali e totalizzandi del novecento. Arriviamo ad Auschwitz, arriviamo ai goulach, arriviamo anche ai bombardamenti di Dresda da parte degli americani, all’utilizzo delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki.

Non è soltanto costi/benefici Hannah Arendt produce una riflessione volta a dire che la sfera politica è stata travolta dall’homo faber e dall’homo laborans hanno trasformato l’agorà politico, lo spazio politico, in un luogo di calcolo costi/benefici in un luogo di prevalere degli interessi di alcuni a discapito degli altri. Invece l’uomo è sempre in una condizione di pluralità e l’uomo estratto, singolo, non esiste come non può esistere soltanto l’uomo del primato socio/economico perché l’uomo che riduce tutto il suo agire all’interno della sfera economica è un uomo che va a snaturare la dimensione della politica, la politica diventerà poi dopo un’appendice dell’economia.

Dunque c’è una polemica con Marx ma anche un ribadire quello che Marx aveva detto, perché secondo Marx la politica diventa poi sovrastruttura, dipende poi dalla struttura, ovvero dalla base economica della società che è data poi dal rapporto di forza economico/sociale, e dunque chi detiene i mezzi della produzione, ovvero il capitalismo, deterrà poi anche grande potere politico con il quale poi legittimerà il proprio potere economico.

Vi è una Hannah Arendt che però critica il fatto che l’economia l’homo laborans e l’homo faber siano diventati dominanti dentro l’agorà politica e facendo ciò hanno stravolto il senso della politica che dev’essere quello di cercare un discorso plurale.

La politica deve tenere conto della pluralità, delle differenze, dell’integrazione, dell’inclusione la politica è sempre plurale ecco il vero cuore della lezione di Hannah Arendt.

La pluralità ,ovviamente, è al centro della dimensione politica di Hannah Arendt, la politica presuppone sempre gli altri con il quale ci dev’essere ovviamente dialogos e non ci deve essere invece la violenza nei confronti degli altri.

Quando noi iniziamo a compiere un’azione, quando noi scegliamo, quando noi agiamo siamo sempre immersi con gli alti, la nostre azioni hanno conseguenze sugli altri, tengono conto degli altri e sono sempre azioni dentro un mondo plurale.

Dunque all’azione dell’uomo è sempre connessa l’imprevedibilità, è sempre connessa anche l’irreversibilità di alcune azioni ossia arrivato a metà della scelta non posso tornare indietro e scegliere un’altra via perché, ad esempio, la morte e la violenza caratterizzano l’irreversibilità delle nostre azioni.

L’azione umana ha sempre a che fare con gli altri in una dimensione di imprevedibilità e in molti casi di irreversibilità, la politica parte da questa riflessione e deve sempre essere connessa alla libertà, cioè dare vita a qualcosa che è nuovo, ha dei legami nuovi e che debbono questi legami nuovi essere sempre e possibilmente ricalcolabili e ricalibrabili perché non deve vigere in politica il determinismo, non bisogna finire nel determinismo politico, non bisogna finire nelle azioni che non prevedono che queste conseguenze,

L’agire politico deve, tenendo conto dell’imprevedibilità e dell’irreversibilità cercare di costruire un mondo che è al di là del determinismo e del meccanicismo, la storia non procede di tappa in tappa come per Hegel, non procede in maniera armonica e determinata verso la razionalità, la politica è un luogo della libertà ed essendo un luogo della libertà ognuno deve assumersi la responsabilità dell’agire politico vale sia per i governanti, che per i sindaci, che per i consiglieri comunali, vale per tutti. Le nostre azioni hanno delle conseguenze e se ne si deve assumere la responsabilità. La politica, secondo Hannah Arendt, è tendenzialmente quello spazio e dev’essere quello spazio in cui si diventa maggiorenni. L’azione della politica è finalizzata all’emancipazione.Diventare maggiorenni vuol dire avere responsabilità, assumersi il coraggio delle proprie azioni, impegnarsi per il cambiamento (recuperando lo spirito della polis Greca dove vi era necessita di partecipazione). Per Hannah Arendt è importante partecipare alla vita pubblica, l'assenza di vita activa ha generato i totalirismi come Stalinismo e Nazismo come negazione di libertà. Le democrazie non sono immuni dallo trasformarsi in regimi autoritari, non sono immuni dalla perdita della libertà. La vita passiva è la madre delle dittature ed è la madre dei totalitarismi.