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La voglia politica degli studenti

Dalla privilegiata, ma al contempo parziale, posizione di insegnante l’ipotesi di estendere il diritto al voto ai sedicenni rappresenta una imperdibile e fertile occasione per fare una sana esperienza di educazione alla cittadinanza, dando vita ad animate discussioni con i ragazzi del triennio delle superiori.

Dal confronto con loro e tra loro sono emerse, come era ampiamente prevedibile, interessantissime riflessioni che scardinano, in profondità, una serie di luoghi comuni sul rapporto fra i giovani e la politica, primo fra tutti quello secondo cui alle nuove generazioni importerebbe poco o nulla delle grandi e impellenti questioni del nostro tempo. Dialogando con le ragazze e i ragazzi, infatti, si può facilmente percepire come tale assunto sia privo di un concreto fondamento e sia, in gran parte, figlio di una stanca e comoda litania che gli adulti, imperterriti, continuano a ripetersi, forse per celare le loro responsabilità rispetto ad un quadro politico francamente misero e deprimente, del tutto privo di quello slancio vitale ed ideale necessario per costruire un futuro in cui provare a vivere liberi e felici.

Durante i dibattiti in classe gli studenti si sono divisi abbastanza equamente tra contrari e favorevoli alla proposta di abbassare l’età per votare e scegliere i propri rappresentanti da mandare in  Parlamento. I primi hanno supportato la loro contrarietà con argomentazioni quali: la scarsa maturità, l’influenzabilità e le poche conoscenze dei giovani per potersi occupare in modo attivo e responsabile di politica. I più machiavellici si sono addirittura spinti a sostenere che tale proposta sia nata proprio adesso solo per accaparrarsi i voti della Greta’s generation, ma non per valorizzarla, bensì per depotenziarla e incanalarla dentro lo status quo. I favorevoli, invece, hanno sostenuto che l’estensione del diritto al voto aumenterebbe la responsabilità dei giovani, dando loro la possibilità di fare sentire la propria voce su ambiente, scuola e lavoro, bilanciando almeno parzialmente una forbice elettorale ormai del tutto a vantaggio delle istanze dei cittadini over sessanta.

Al di là delle stimolanti divergenze, entrambi gli schieramenti, però, erano concordi nel riconoscere alla scuola una decisiva centralità nella formazione e nella preparazione della vita politica dei cittadini. Il vivace dibattito che è emerso non guarirà certamente la nostra democrazia, sempre più malata di apatia e scarsa partecipazione, ma è comunque un buon ricostituente, un segnale importante che mette in luce una frizzante e sottovalutata curiosità nei confronti delle grandi questioni politiche da parte degli studenti, i quali desiderano sempre più una scuola dinamica  e aperta, che si occupi in modo critico del mondo in cui vivono. Gli studenti di oggi, infatti, non rifiutano la politica per principio, semplicemente la conoscono poco e per questo vogliono un’istruzione che dia loro delle chiavi per poter interpretare e decodificare la molteplicità della realtà.

Di fronte a tali eterogenee richieste e sollecitazioni, che sorgono dal basso, urge fare della scuola pubblica un luogo in cui esercitare la dimensione politica dell’apprendimento, soprattutto se si vuole edificare una società fondata sulla promozione e sul rispetto dei diritti umani. Altrimenti si corre il rischio di soffocare ogni istanza di partecipazione e cambiamento, in nome di una fedeltà ad un passato aureo, quasi sempre mitizzato, e che comunque ora non c’è più.